«La Basilicata è a credito», dice Giulio Curatella, 53enne, venosino, da giugno scorso coordinatore regionale di Futuro Nazionale, con la passione per gli “inni” creati con l’Ia. Come giustifica la sua esistenza? L’esistenza non va giustificata: i latini direbbero «Cogito, ergo sum». Per quanto mi riguarda, lo scopo della vita è lasciare un segno, mettersi alla prova. Pensi, da ragazzo sognavo di fare il giornalista e fondai un giornalino universitario, «Cuore Impavido», che riuscì persino a realizzare uno scoop sugli sprechi telefonici nell’università. Venne anche «Striscia la Notizia». Oggi è il coordinatore regionale di Futuro Nazionale. Come si arriva fin qui? Quando Vannacci pubblicò il suo libro, lo comprai pochi giorni dopo l’uscita e lo divorai in un paio di giorni. Lo invitai a Venosa. Inizialmente mi disse che non pensava che il libro avrebbe avuto tanto successo da giustificare un viaggio in Basilicata. perché lo stava presentando soprattutto dalle sue parti. Poi venne. Da lì nacque un rapporto di fiducia e stima reciproca, spero reciproca. Nel frattempo era sorta l’associazione culturale «Il Mondo al Contrario». Quando Vannacci entrò nella Lega, lo seguii; quando ne uscì, lo seguii anche fuori. Perché la destra italiana non è abbastanza di destra? Lei ha realizzato una canzone intitolata «Noi non siamo moderati». Vannacci l’ha spiegato spesso. A me interessa la SUA opinione. Condivido il 99% delle posizioni di Vannacci. Lui ha provato a «vannaccizzare» la Lega, ma questa ha cominciato ad abbracciare teorie gender ed è tornata, per certi aspetti, alle origini della Lega Nord. Guardi, Vannacci non propone chissà quale rivoluzione: dice che la destra deve fare la destra. Pensiamo a Fratelli d’Italia: in Europa vota nell’80% dei casi insieme al Pd. Se un partito vota in un modo a Bruxelles e in Italia si presenta come qualcosa di diverso, c’è un problema. In «Fascistone», un altro dei suoi “inni” pubblicati su Youtube, ironizza sui fascisti disfattisti. No. Il senso del brano è ironico e provocatorio. C’è gente a cui non va bene Futuro Nazionale, non va bene la Lega, non va bene Fratelli d’Italia, ma nemmeno CasaPound o Forza Nuova. La canzone prende in giro chi contesta tutto senza mettersi mai in gioco: avrei potuto chiamarla «Comunistone» o «Comunistaccio», il principio sarebbe stato lo stesso. Se qualcuno la chiama fascista per strada, come reagisce? Mi faccio una grandissima risata. Non sono fascista e, secondo me, oggi nessuno può esserlo, così come non posso essere un garibaldino. Il contesto geopolitico, culturale e storico cambia. Non si può tornare all’età della ruota e non si può tornare al fascismo. Le sue canzoni circolano sui social e sono realizzate con l’intelligenza artificiale. I testi li scrivo io, l’intelligenza artificiale fa il resto. Ho sempre creduto che si debba comunicare attraverso tutti i mezzi disponibili. Mi preoccupa soprattutto la disaffezione dei giovani verso la politica. La mia prima canzone, «Remigrazione unica soluzione», ha superato le 43 mila partecipazioni su TikTok: tantissime ragazze hanno realizzato balletti e video cantandola. Perché? Molte donne, quando escono la sera, hanno paura di essere aggredite o violentate. Se migliaia di ragazze partecipano, per me significa che il problema esiste. Quando Vannacci cominciò a parlare di remigrazione, era un argomento tabù: veniva definito estremista, violento, pericoloso. Io ho voluto rendere pop un tema che non si poteva quasi nominare. Ma per la remigrazione i soldi dove li andate a prendere? Secondo me, mantenere alcune persone, fornendo casa, cibo, telefonini e assistenza sanitaria, costa molto di più che rimandarle nei Paesi d’origine. Interrompendo questi sussidi -per chi non ha titolo a riceverli o infrange la legge- si recupererebbero già molte risorse. Naturalmente non è un’operazione che si realizza in sei mesi: i costi e gli interventi vanno distribuiti nel tempo. Penso ai tanti soldi distribuiti, attraverso bandi pubblici, per occuparsi di immigrati che si dichiarano minorenni. Spesso queste persone arrivano senza documenti e accertarne l’età è complicato. Quanti immigrati vengono seguiti con quelle cifra? Se anche solo una parte non avesse i requisiti, alcune risorse potrebbero essere impiegate diversamente! Sui “maranza” si comincia a dibattere anche da noi. A ragione o a torto. Secondo lei, quanta remigrazione servirebbe in Basilicata? Ce n’è molto bisogno. Abbiamo visto episodi legati alla malamovida a Potenza, ma anche a Rionero, Melfi e Venosa. Nel Metapontino, quest’estate, si sono verificati casi di violenza sessuale ai danni di ragazze. Non viviamo ancora situazioni drammatiche come quelle che si registrano a Milano, Bologna, Napoli o Roma, ma anche la Basilicata, che ritenevamo al riparo da queste dinamiche, sta scoprendo di non esserlo. I nostri antenati emigrarono in America. Se cent’anni fa –per dire- avessero detto ai suoi bisnonni di tornarsene in Italia? I nostri parenti, quando arrivavano in America, non si mettevano a violentare ragazze o a fare il Far West. Gli italiani, però, in America hanno portato anche la mafia. I contesti non sono paragonabili. Quando siamo arrivati in America, quella realtà era ancora tutta da costruire; l’Italia ha duemila anni di storia, gli Stati Uniti circa cinquecento. È come paragonare la sanità italiana a quella americana. Però lei è un Trumpiano. No. Ho avuto fiducia in Trump quando prometteva mari e monti in campagna elettorale, ma con la guerra in Iran ha perso parte della sua credibilità. Quanto sta facendo oggi in Ucraina, invece, merita attenzione: ha avuto il coraggio di mettere al primo posto gli interessi statunitensi, cosa che l’Europa non riesce a fare. A Tolve avete organizzato un evento di tiro con armi da fuoco, finito al centro delle polemiche. Vi hanno accusato di allenare al “tiro al ladro”. La giornata è cominciata con un corso sui rischi delle armi, sul loro uso responsabile e sulle leggi che le regolano. Abbiamo affrontato anche il problema dei coltellini portati in giro proprio dai maranza: una moda che si vede anche nelle scuole. Abbiamo spiegato che un coltellino è un’arma, non un giocattolo. Insomma, abbiamo fatto esattamente il contrario di ciò che ci viene contestato. E poi il tiro è uno sport olimpico. Non abbiamo addestrato nessuno alla legittima difesa, né adottato un approccio militaresco. Cerco strumenti legittimi per avvicinare i giovani. Ma la provocazione non era anche voluta? La sorpresa maggiore è stata trovare a Tolve una troupe di Rai 3. Ci raccontarono di essere stati chiamati d’urgenza la sera precedente, e di essere scesi da Milano. Magari si aspettavano di trovare naziskin ed estremisti. Invece hanno incontrato ragazzi normalissimi, tranquilli. E il servizio non è andato in onda. Se proprio si vuole parlare di provocazione, semmai lo è stato spiegare il pericolo delle armi proprio all’interno di un poligono! Passiamo ai problemi concreti della Basilicata. Da dove si comincia per fermare la fuga dei cervelli? Bisogna affrontare insieme denatalità e spopolamento. Servono incentivi per restare, non soltanto economici. La questione dei punti nascita, come quello di Melfi, è importante: avere un servizio vicino a casa può incidere anche sulla scelta di avere figli. Non deve più esistere l’alternativa obbligata tra carriera e famiglia. Nella mia attività mi occupo di finanziamenti e il 90% dei miei clienti si trova fuori dalla Basilicata. Ci riesco grazie alla tecnologia: lavoro interamente online. Se posso farlo io nel mio settore, lo si può fare in tanti altri. A Venosa ho la fortuna di avere la fibra, ma molti comuni lucani non sono ancora completamente digitalizzati. Portare Internet di qualità anche nei borghi più isolati è una scelta politica, non un’impresa impossibile. Bisogna inoltre aiutare le aziende lucane a digitalizzarsi. Anche l’agricoltura si sta automatizzando e robotizzando. La Basilicata potrebbe diventare un laboratorio nazionale. Blocco del Data Center regionale permettendo. È un paradosso gravissimo. Ecco perché mi chiedo che cosa abbia fatto questa destra, o meglio questo centrodestra che si definisce di destra, in Basilicata. Passerà alla storia per i vitalizi, per il ticket da 2,50 euro e per il congedo mestruale, che non considero una priorità. Di destra, che cosa fa? Niente. E sulla gestione del petrolio? La Regione sta seguendo una strada corretta, in linea con il governo nazionale? La Basilicata è a credito. Bisogna ribaltare completamente l’approccio. Dobbiamo creare incentivi affinché le aziende energivore vengano a produrre in Basilicata. È finito il tempo del «Dateci il petrolio, l’acqua e il gas, e poi avrete». Bisogna invertire il processo: «Prima ci date, poi avrete il petrolio etc.». Purtroppo, oggi questo approccio non è nemmeno al centro della discussione. In giro c è troppa miopia politica, personalismo e l’idea di vivere la politica come una professione. Molti mi criticano perché dicono: «Tu non hai mai fatto politica!». Ecco, per me questo è un punto di forza. Esclude un futuro nelle istituzioni? Certamente no. Non siamo qui a pettinare le bambole. Ma quella è la frase di Bersani! (risate) Se una cosa è giusta, che la dica uno di sinistra, a noi non ce ne frega nulla. C’è una classe dirigente che ha fallito, che considera la politica un mestiere e pur di conservare la poltrona è disposta a qualsiasi compromesso. Quel modo di fare va spazzato via, mandato radicalmente al macero, senza tentennamenti. Torniamo a Vannacci. Quel famoso 1% su cui non è d’accordo? È l’1% che, in genere, non ho ancora capito. Quando entrò nella Lega avevo qualche perplessità, ma poi mi resi conto che era la scelta giusta. Lo stesso è accaduto quando Futuro Nazionale è nato attraverso una struttura di comitati spontanei. La differenza tra noi è che lui è un generale e ragiona molto in termini di strategia; io vengo dal settore bancario e sono più orientato alla concretezza e all’immediato. Ma lei il militare l’ha fatto? No. Sono obiettore di coscienza. Ho svolto il servizio lavorando in un giornale, «La Piccola Città», a Venosa, che stava scomparendo. Bisognava salvarlo. Vannacci lo sa? (sorride) Lo sa. A proposito di mentalità. La Basilicata è governata da anni da un altro generale. E quindi? Bardi e Vannacci sono due generali completamente diversi. Vannacci ha fatto parte dei corpi speciali, ha partecipato a missioni all’estero e ha rischiato la vita sul campo. Non è diventato generale lavorando dietro una scrivania. Certo, anche il percorso di un generale della Guardia di Finanza è importante e merita rispetto, ma sono esperienze differenti. Rischiare la vita per la patria, in giro per il mondo e nei corpi speciali… Bardi non avrà rischiato anche lui con le missioni? Sono due percorsi diversi. Chiudiamo con tre titoli: un libro, un film e una canzone che la rappresentino. Il libro è quello dedicato a Sergio Ramelli, il primo che lessi da militante politico. Come film scelgo «Braveheart». E la canzone? Non mi dica la sua «Remigrazione». Probabilmente «Il mio canto libero» di Lucio Battisti. Cambi. L’ha citata anche Luigi Modrone, la settimana scorsa. Proprio per questo! Con Modrone militavamo insieme nel Fronte della Gioventù e ci conosciamo da tanti anni. Oggi lui è nella Lega. Gli auguro che ci rimanga ancora per poco, perché il partito ha preso una deriva liberista, un po’ progender, ed è tornato alle radici della Lega Nord. Spero di ritrovarmi con lui e con tanti vecchi amici del Fronte in Futuro Nazionale. È l’augurio che faccio soprattutto a loro.

di w destradis