Storia di un’intuizione che ha cambiato il commercio potentino all’infanzia nelle campagne di Balvano al franchising che ha segnato l’impresa lucana: un racconto di sacrifici, invenzioni e un leitmotiv vincente: «Crisi significa ricerca»
Ormai non può più rinunciare alle rotondità della sua silhouette, dice, altrimenti poi sarebbe costretto a modificare tutte le insegne.
A Potenza infatti basta dire “Biagione”. Il cognome spesso arriva in un secondo momento. Da oltre quarant’anni il volto e il nome di Biagio Picerno sono associati
a un marchio che ha attraversato cambiamenti del commercio e trasformazioni urbane: Il Mondo di Biagione.
Ma dietro le insegne colorate, i negozi disseminati in Basilicata e un franchising che nei suoi anni migliori ha sfiorato i cinquanta punti vendita, c’è una storia che
comincia molto lontano dagli scaffali e dalle casse. Comincia nelle campagne di Balvano.
Biagione racconta di avere soltanto tre anni quando perde il padre, colpito da un fulmine mentre cercava di mettere al riparo gli animali durante un temporale. Una
tragedia che lascia sola una giovane madre con quattro figli piccolissimi.
È il primo snodo di una vicenda che lui stesso riconduce alla figura materna.
«Lei è stata la nostra forza»: una donna che non si risposa, lavora, cresce i figli e li trasferisce a Potenza perché studiare restando a Balvano, in quegli anni, sarebbe
stato quasi impossibile.
Le immagini che conserva dell’infanzia sembrano arrivare da un’altra epoca. Lui e i fratelli trasportati nei grandi cesti sistemati sui fianchi dell’asino, lungo sentieri
di montagna che costeggiavano il dirupo: «Chi capitava sul lato del burrone chiudeva gli occhi per la paura», ricorda sorridendo. Nella
casa di campagna, racconta, attorno alla “fucuagna”, dormiva perfino l’asinello.
Tempo dopo, l’avventura imprenditoriale nasce quasi per necessità.
«Era posto difficile fisso, trovare soprattutto un senza raccomandazione». Così, nel 1978, alimentari».
Per Biagione la concorrenza è diventata più aggressiva. Parla di liberalizzazione e di aperture “selvagge” (specie di natura estera), di mercato frammentato, di clienti
che non aumentano nella stessa misura delle attività commerciali.
E qui arriva uno dei passaggi più interessanti dell’intervista, quando racconta una conversazione con il professore potentino Luigi Serra.
Picerno si stava lamentando della crisi. Serra gli rispose con una De Stradis e Biagione all’Art Restaurant definizione che dice di non avere Metapontino e dei prodotti che
potrebbero essere realizzati direttamente sul territorio invece di arrivare dall’esterno, come quel pecorino che ha un marchio locale «ma viene fatto in Sardegna». «È
la produzione locale che realmente fa crescere una regione», sostiene.
Poi, quasi a sorpresa, il racconto torna alla dimensione privata.
Alla madre, irriducibile, che ogni mattina andava a svegliarlo per aprire il negozio. Agli anni della giovinezza, quando ammette di aver avuto un breve periodo da
Al premio Italia che Lavora e con la famiglia “malandrino, ma nel senso buono”, trascorso più a gironzolare che a studiare. E cita perfino una sua poesia in dialetto, ironica
e autoironica, scritta quando la voglia di lavorare era ancora tu
tta da costruire: «Provai a faticare, ma non avevo sentimento, la vita mia era tutta un giuocamento».
arriva la decisione di aprire una piccola salumeria a Potenza.
Un negozio di pochi metri quadrati comprato a debito, con 33 milioni di lire frutto di una piccola rete di aiuti, fatta di parenti, prestiti e fiducia.
Poi, a metà anni Ottanta, si parte col primo mitico negozio “tutto a mille lire”; Biagione osserva il mercato, gira altre regioni alla ricerca di prodotti nuovi, cerca occasioni che gli altri non vedono. Racconta di essersi sempre mosso per portare novità in città e, lentamente, diventare un punto di riferimento per fornitori e clienti.
Dall’America scorge il modello dei negozi “tutto a un dollaro”. In Italia sono gli anni delle difficoltà economiche e della stretta dei consumi.
E si arriva a ridosso di Tangentopoli. Lui adatta quell’intuizione alla realtà locale.
«La pubblicità la faceva la gente», niente internet, ovviamente, niente social network. Bastava il passaparola.
Il successo è immediato. Il segreto non è il margine sul singolo prodotto ma il volume delle vendite. «Guadagnavamo sulla quantità», spiega. E così quel piccolo esperimento commerciale diventa uno dei primi modelli di discount popolare del territorio.
A sentirlo oggi, però, il Mondo di Biagione non nasce soltanto dall’idea del “tutto a mille lire”.
Nasce soprattutto dalla capacità di adattarsi.
Quando altri commercianti iniziano a chiedergli la merce, lui apre un ingrosso. Quando i negozi aumentano, decide di affidarli in gestione continuando a fornire i
prodotti. «Nel piccolo è nato il franchising».
Negli anni Duemila la rete arriva a contare quasi cinquanta punti vendita. Oggi gli affiliati sono circa venticinque, più i punti vendita diretti, in un mercato
molto diverso e in cui l’offerta di Picerno si è evoluta e differenziata dai tempi eroici del “tutto a mille lire”. «Siamo cresciuti, da anni
ormai abbiamo un assortimento a 360 gradi, trattiamo dal non-food ai casalinghi, ai giocattoli, agli Ma da allora, ne è passata di acqua, sotto i ponti.
«Considerato da dove sono partito, oggi sono più che realizzato, io come i miei altri fratelli». Ma ci tiene parecchio a parlare delle persone che lo hanno accompagnato.
La madre, naturalmente. Ma anche la moglie Rosa, accanto a lui da quasi quarantacinque anni, il figlio Fortunato, conosciuto da tutti come Massimo, e la nuora.
«Dietro il successo di Biagione ci sono tre donne importanti», conclude.
più dimenticato: «Crisi significa ricerca».Una parola che gli cambia prospettiva. «Quando è facile, è facile per tutti», ma le vere capacità, sostiene, emergono proprio quando il mercato si complica.
Lo sguardo si allarga poi alla città.
Potenza, secondo lui, è cresciuta enormemente rispetto alla fine degli anni Settanta. Ricorda una città che terminava quasi ai confini del centro storico e una periferia
che appariva lontanissima, specie quando andava a caricare la merce al Gallitello. Oggi però vede anche un rischio: quello di aver progressivamente svuotato il cuore
cittadino.
Parla da commerciante, ma anche da uomo che il centro storico lo ha vissuto. «Abitavo alle spalle del Comune, quando c’erano i parcheggiatori col cappello». Ricorda i pullman che arrivavano fino a piazza Prefettura, i parcheggi, il movimento continuo delle persone: «Via Pretoria era via Pretoria». Quando il discorso si sposta sulla Basilicata, emerge un’altra convinzione: il commercio da solo non basta.
Secondo Picerno la vera sfida è creare lavoro attraverso la produzione. Cita l’agricoltura, la pastorizia, le eccellenze locali.
Fa l’esempio delle fragole del Il racconto di Biagio Picerno non è soltanto la storia di un commerciante che ha costruito un marchio riconoscibile. È il percorso di una famiglia che attraversa mezzo secolo di Basilicata, passando dalle opacità della campagna alle insegne luminose di
un successo diffuso sul territorio.
di Walter De Stradis
