Angelo Lacerenza, classe 1987, è uno storico e scrittore originario di Avigliano. Impegnato anche in politica, si definisce “pertiniano”, vicino alla tradizione socialista di Sandro Pertini, Pietro Nenni e Giacomo Matteotti, ed è segretario organizzativo del Partito Socialista nel suo comune. Con il saggio “Il brigantaggio meridionale dopo l’Unità d’Italia: tra storiografia, identizzazione e mitizzazione” (Pisani Teodosio Edizioni – 2025) ha ottenuto, ex aequo, il “Premio Tommaso Pedio” per la saggistica storica e la cultura lucana nell’ambito della 5

4ª edizione del Premio Letterario Basilicata. Un riconoscimento che si inserisce in un dibattito mai sopito su identità, memoria e narrazione del Mezzogiorno.
Lacerenza arriva al brigantaggio da una traiettoria che non è solo accademica. Dice che il punto di partenza è l’oggi, un’Italia che continua a interrogarsi su sé stessa e sulle sue fratture. Spiega che il suo libro nasce “per un semplice motivo”: il ritorno ciclico della divisione Nord-Sud, “quel tema, per me scomodo”, che riaffiora nonostante il processo unitario, “con tutti i compromessi, le problematiche, le storture”. L’urgenza, sostiene, è reagire a una narrazione che continua a separare, “un’ossessione per le due Italie”.
Dentro questo quadro colloca anche le spinte opposte: da un lato la retorica padana, dall’altro i movimenti neo-meridionalisti. Parla del senatùr Bossi (recentemente scomparso) e della “volontà di un’Italia padana” e ricorda come i meridionali -prima dei fenomeni migratori attuali- siano stati a lungo percepiti come “i selvaggi”, “gli africani”. Da qui, dice, nasce “un sentimento di rivalsa” che però rischia di replicare la stessa logica divisiva.
Quando entra nel merito del libro, Lacerenza insiste sulla complessità del fenomeno. Rifiuta qualsiasi lettura univoca: “quando parliamo di brigantaggio non facciamo solo riferimento ad un qualcosa”. È un intreccio di fattori “politici, culturali, sociali, economici”, una vera “fenomenologia”. E soprattutto non è confinato al post-unitario: “il brigantaggio è un fenomeno molto antico”, riconducibile già al banditismo dell’antica Roma. Anche il termine, ricorda, nasce nel Medioevo per indicare mercenari, “sbandati” pronti a cambiare campo “per soldi, per visioni personali”.
Da qui la prima frattura rispetto all’immaginario corrente. Non c’è un solo brigante.
. Ci sono anche quelli “al servizio dei potenti” (un po’ come “i bravi” di Manzoni? Gli chiediamo. Lui dice di sì), strumenti di controllo sociale, utili a mantenere “l’egemonia e il potere dei signorotti”. Una funzione politica esplicita, che rompe la narrazione romantica.È proprio sulla mitizzazione che Lacerenza concentra uno dei passaggi più netti. Riconosce che esiste “un aspetto romantico, affascinante, inquietante anche”, una figura del brigante come “eroe ribelle”, quasi “partigiano resistente”. Ma avverte che questa costruzione è -perlomeno parzialmente- frutto di “mitopoiesi”, l’arte di inventare, di trattare favole”. Non nega il valore del mito: “è una fonte”. Ma aggiunge che il compito dello storico è distinguere, “capire dove arriva e finisce la finzione e dove inizia la verità”.
Alla domanda se in Basilicata abbia prevalso una narrazione o l’altra, la risposta è diretta: “il più delle volte è stata propagandata la finzione”. Parla apertamente di una semplificazione che riduce il brigantaggio a “movimento di ribellione sociale” in senso pieno e totalizzante. La sua posizione si colloca altrove, dentro una lettura più articolata che riprende le analisi di R
osario Villari: il brigantaggio come “fenomeno ibrido, contraddittorio e complesso”.
Dentro questo quadro convivono elementi diversi: la “rivolta popolare” motivata dal “malcontento”, dalla povertà, ma anche “una criminalità ordinaria, una forma di banditismo pura, delinquenziale, di mestiere, che generava distruzione, disperazione tra la popolazione”. E ancora una dimensione politica precisa: il reazionarismo. “I briganti hanno combattuto per i Borboni”, ricorda, opponendosi al nuovo Stato unitario e “appoggiando sostanzialmente ancora una monarchia assoluta, in un periodo in cui le monarchie stavano cambiando, si stavano ‘costituzionalizzando’. Non solo ribellione sociale, dunque, ma anche difesa di un ordine precedente”.
Quando il discorso si sposta sul presente, Lacerenza individua un altro livello: l’uso pubblico del brigantaggio. Cita la “spettacolarizzazione” della Storia bandita, che a suo avviso ha funzionato perché si è collocata “in un’ottica più folcloristica che storica”. Non la condanna: riconosce che produce “ricchezza, turismo locale”. Ma segnala uno scarto: “si potrebbe smarcare un po’ dal folklore e ritornare un po’ alla storia”.
Lo stesso meccanismo vale per l’iconografia. Figure come Carmine Crocco, spiega, vivono oggi attraverso immagini che circolano “dentro e fuori dal web”, appiccicate ai muri di Potenza, di Rionero e oltre. È un processo noto: “i totalitarismi del Novecento” costruivano consenso anche così. Oggi quelle immagini servono “in parte per strumentalizzare l’opinione pubblica”, ma anche per “generare un’identità collettiva”. Il brigante diventa simbolo, entra nelle curve e sulle bandiere calcistiche (come quelle degli Ultras potentini o dei tifosi vulturini), negli striscioni, nella memoria condivisa.
È qui che si innesta la retorica dello “spirito dei briganti”. Lacerenza insiste su “uno stimolo di propaganda”, utile a rafforzare l’identità meridionale. Ma mette in discussione la sua aderenza alla realtà: “non so fino a che punto noi lucani siamo questi ribelli”. Anzi, osserva che oggi “subiamo tutto, e subiamo anche molto in silenzio”. L’immagine del ribelle, dunque, “si è abbastanza affievolita”.
La distanza tra mito e presente emerge ancora di più quando si parla di politica concreta. Alla domanda su cosa dovrebbe mobilitare i lucani, pesino in piazza, la risposta è netta: il lavoro. “Il lavoro non si tocca”, dice, e insiste sul rischio dello spopolamento. Non è solo desiderio di cambiare, ma “mancanza di possibilità e di opportunità”. Qui il linguaggio cambia registro: “Abbiamo le competenze”, ma se non vengono valorizzate “perdiamo l’occasione di fare politica”, quella “costruttiva, responsabile”. Altrimenti, resta “solo la retorica, le chiacchiere”.
Quando il discorso si
Il passaggio finale torna su un piano personale e metodologico. Alle presentazioni del libro, dice, a volte viene accusato di essere poco “meridionalista”, ma assicura di essere cresciuto pure lui dentro il mito: “sono nato con il fascino del brigante”. Cita Ninco Nanco, compaesano, simbolo di un immaginario che “colpiva la pancia”. Poi però descrive uno scarto: “ti distacchi dalla pancia” e inizi a chiederti “chi erano realmente i briganti”. Da lì lo studio, gli archivi, i libri. E la consapevolezza dei “limiti storici di quel fascino”.
Il punto, conclude, è evitare “semplificazioni, banalizzazioni”. Tenere insieme le contraddizioni. Anche quando l’identità collettiva continua a ripetersi, come in quella canzone di Bennato e D’Angiò: “Brigante se more”. Una formula potente, dice, perché “racchiude la memoria collettiva”. Ma proprio per questo, implicitamente, da maneggiare con cautela.
di Walter De Stradis
