Il mantra fondamentale dell’incontro: “Partire dai dati”. Ed è da questi che partiamo anche noi per raccontare dell’evento di questa mattina, tenutosi presso il Consiglio regionale, sul tema: “Il divario di genere: dati e indicatori”.

A fornirli, i dati, Antonella Bianchino, dirigente dell’Ufficio territoriale Area Sud dell’Istat.

Il focus incentrato su quattro tematiche fondamentali: l’Italia nel Gender Equality Index; Un modello di analisi regionale; Dal dato regionale al dato comunale; Le tematiche di genere “A misura di Comune”.

Con 68,2 punti su 100, l’Italia si colloca al tredicesimo posto dell’Unione europea per il Gender Equality Index. Il suo punteggio è 2,0 punti inferiore al punteggio dell’Ue nel suo insieme. La necessità è quella di analisi territoriali del fenomeno. Pertanto lo studio dei divari non può prescindere da una analisi che metta in luce le differenze che caratterizzano le diverse aree del Paese. Il bisogno/disagio della persona, le marginalità, le devianze, le esclusioni sociali, costituiscono l’ambito fondamentale delle policy. La struttura della popolazione in Basilicata per genere in valori assoluti è di 272.392 femmine e 265,185 maschi, in percentuale il 50,7 per cento di femmine ed il 49,3 per cento di maschi (Censimenti 2021 e 2022).  L’incidenza dei laureati per sesso tra i 30 ed i 34 anni è del 21, 0 per i maschi e 33,8 per le femmine. Per quanto concerne l’istruzione, l’incidenza dei neet 15-24 anni per sesso è 16,3 per i maschi e 15,4 per le femmine. Il tasso di mancata partecipazione al lavoro: maschi 13,5 e femmine 19,6. Tasso di disoccupazione: femmine 13,90 e maschi 9,19. Tasso di inattività: femmine 63,40 e maschi 43,70. Per quanto concerne il divario retributivo, la retribuzione oraria lorda dei dipendenti: maschi 15,4 e femmine 13,9. Le retribuzioni medie orarie delle femmine sono minori rispetto a quelle dei maschi. La speranza di vita per le femmine è 84,60 e per i maschi 80,00. Tra gli stereotipi di genere, diffuso quello secondo il quale in condizioni di scarsità di lavoro, i datori di lavoro dovrebbero dare la precedenza agli uomini. E ancora: è soprattutto l’uomo che deve provvedere alle necessità economiche della famiglia, è l’uomo che deve prendere le decisioni più importanti riguardanti la famiglia, gli uomini sono meno adatti ad occuparsi delle faccende domestiche. In Basilicata le donne elette nei Consigli comunali nell’ultima tornata elettorale sono il 30,7 per cento, valore più basso rispetto al valore medio regionale. In Basilicata tre imprenditori su dieci sono femmine e meno di un terzo dipendenti delle imprese sono femmine. Significativamente alta è l’incidenza delle femmine in part time. Meno discriminante risulta essere la tipologia contrattuale nell’analisi di genere. In merito agli occupati indipendenti non si registrano differenze provinciali significative, il peso degli imprenditori femmina è in Basilicata sensibilmente più basso che nel resto dell’Italia. In merito agli occupati dipendenti, Melfi, Ferrandina, Viggiano presentano un’incidenza dei dipendenti maschi superiore all’80 per cento; Matera e Potenza presentano un’incidenza dei dipendenti femmina superiore al 35 per cento.

“Le diseguaglianze di genere creano effetti negativi sulla crescita economica dei Paese e asimmetriche nelle opportunità degli individui e dipendono dai contesti territoriali: milieu, logistica e opportunità locali e possono esasperare le disparità”.

“Lavoro femminile e sviluppo economico”, questo il tema privilegiato da Gennaro Sansone, direttore della filiale di Potenza della Banca d’Italia.

“E’ un tema di grande attualità e di crescente rilevanza al quale il nostro Istituto ha dedicato un progetto di ricerca, che ha portato nel giugno 2023, dopo tre anni di lavori, alla pubblicazione di un rapporto Women, Labour market and economic growth. Il rapporto fornisce una ampia panoramica sui divari di genere nel mercato del lavoro italiano in confronto con le altre principali economie della ‘Ue e, in estrema sintesi, ne inquadra le cause in tre dimensioni: le scelte formative e la transizione scuola-lavoro, la maternità e interazioni all’interno della famiglia e  progressioni di carriera. La ricerca prova anche a suggerire riflessioni sulle strade da percorrere per un’azione politica efficace per ridurre i divari di genere con un focus sugli economici senza dimenticare che la parità di genere è scolpita nel principio di eguaglianza sostanziale richiamato dalla Carta Costituzionale e che la parità di genere nel mondo del lavoro, delle professioni, delle imprese è un potente anticorpo alla violenza economica che spesso si accompagna, a volta precedendola, alla violenza fisica dell’uomo sulla donna”.

“Partiamo da un dato noto, il basso tasso di partecipazione delle donne al mondo del lavoro. Se guardiamo il mercato del lavoro del nostro Paese, negli ultimi trent’anni il tasso di occupazione femminile è aumentato e il gap con quella maschile si è ridotto in misura significative, ma la partecipazione delle donne resta basso e soprattutto il più basso nel confronto con le principali economie europee. L ‘Istat nel suo rapporto sul 2023 evidenzia un incremento dell ‘occupazione femminile del 2,4 per cento nei primo nove mese del 2023 (+ un milione di lavoratrici) con un ‘incidenza delle donne sugli occupati è salito dal 39 al 42 per cento.. la media europea è del 46 per cento. Quindi, siamo ben lontani dal raggiungimento dell’obiettivo fissato per il 2010 dall’Agenda di Lisbona e dai traguardi dell’Agenda Europa 2020 che avrebbero comportato per l’Italia un sostanziale allineamento della partecipazione femminile alla media europea. Altri paesi, come ad esempio la Spagna, che negli anni novanta partivano da condizioni simili a quelle dell’Italia, hanno fatto registrare tendenze significativamente migliori Nel 2022 il tasso di occupazione femminile in Italia era inferiore di 18 punti percentuali rispetto a quello maschile. Nel Mezzogiorno e nella nostra regione le cose vanno anche peggio”.

“In Basilicata nei primi mesi del 2023 il tasso di occupazione sfiora il 40 per cento; quello maschile si attesta al 66 per cento. Rispetto al dato nazionale il gap, soprattutto per la componente femminile è evidente. ln Italia la crescita della partecipazione femminile al modo del lavoro negli ultimi dieci anni è stata trainata dalle donne con almeno 50 anni. E’ chiaramente un effetto delle riforme pensionistiche. Tra le più giovani, di età compresa tra i 25 e i 34 anni la partecipazione è rimasta stabile a circa il 66 per cento, anche in questo caso uno dei valori più bassi in Europa. Ma i divari di genere non si limitano al tasso dl occupazione. Ce n’è almeno un altro molto dibattuto e impattante, che attiene alle retribuzioni. Le donne guadagnano meno degli uomini. Perché? Proviamo a dare qualche spiegazione. Le retribuzioni orarie femminili, ma questo accade anche nelle altre economie europee sono mediamente più basse di quelle maschili. Il divano nel settore privato, sebbene si sia ridotto negli ultimi tre decenni, era circa l’11 per cento nel 2021 A questo fattore si aggiunge quello delle ore lavorate, che per le donne sono inferiori rispetto al mondo maschile. E su questo incide sicuramente il fatto che le donne hanno più di frequente impieghi di tipo temporaneo e part-time, anche se una lavoratrice a tempo parziale su due sarebbe disponibile a lavorare a tempo pieno. L’Italia è il Paese con la più alta percentuale di occupazione a tempo parziale involontario tra le donne. Quindi, minore quantità di lavoro e retribuzioni orarie più basse spiegano redditi annui mediamente inferiori a quelli degli uomini. Le ragazze, sebbene superino i ragazzi a scuola ln termini sia di livello di istruzione sia di risultati scolastici, tendono a selezionare corsi di laurea e indirizzi di studio con rendite potenziali peggiori, dal punto di vista economico. I divari di genere nelle scelte dei percorsi di studio sono determinati principalmente da differenze nelle preferenze individuali; tuttavia l’evidenza mostra come queste preferenze non siano innate, ma dipendano fortemente da fattori di contesto (familiare, scolastico, sociale)”.

“Come la maternità, il diventare madri impatta sul divario di genere nel mondo del lavoro, sia all’ingresso, sia durante il rapporto lavorativo. La correlazione tra tasso di fecondità e di occupazione femminile, anche in Italia, è diventata positiva negli ultimi anni, riflettendo un miglior equilibrio tra vita lavorativa e privata, oltre che il maggior grado di terziarizzazione della nostra economia. Lo stereotipo secondo il quale le donne che lavorano hanno meno figli, o non ne hanno, è smentito dai dati. Ma non possiamo sottovalutare quella che viene definita con un termine, apparentemente elegante, la child penality, la penalizzazione che deriva a una donna che cerca lavoro o che lavora dalla nascita di un figlio. Gli effetti della maternità sulle retribuzioni e sulla probabilità di abbandono dell’occupazione risultano più marcati nelle regioni in cui i servizi di cura per l’infanzia sono meno diffusi. Al Sud solo il 35 per cento delle madri con figli in età prescolare lavora rispetto al 64 per cento del Centro-Nord”.

“Altri temi, altre sfaccettature del prisma “divari di genere”, come ad esempio, il tema del “soffitto di vetro”, della sotto rappresentazione delle donne nelle posizioni di vertice delle pubbliche amministrazioni e delle società, anche se per quelle quotate la legge cosiddetta ‘Golfo Mosca’ n. 120/2011 sta favorendo un significativo riequilibrio. In conclusione, il divario di genere non è solo un’ingiustizia, uno squilibrio da affrontare con politiche attive mirate, lungimiranti e soprattutto stabili nel tempo, non è solo un ostacolo al pieno sviluppo della personalità delle donne, ma è anche un freno allo sviluppo economico, è un lusso, signore e signori, che non possiamo più permetterci. Soprattutto nel Mezzogiorno”.

Per Margherita Perretti, presidente della Commissione regionale per le pari opportunità: “Le maggiori criticità in tema di parità di genere e pari opportunità si riscontrano intorno al tema del lavoro: tasso di occupazione, qualità del lavoro, tipologia contrattuale, divario retributivo, possibilità di carriera, sono gli aspetti principali relativi alla questione di genere in ambito lavorativo. Come Commissione Regionale Pari Opportunità, insieme con il Consiglio regionale di Basilicata e l’ISTAT, abbiamo deciso di affrontarli, in vista della giornata internazionale della donna il prossimo 8 marzo, partendo dall’analisi dei dati ed indicatori di genere dell’ISTAT relativi alla Basilicata. Infatti è dai dati che occorre partire, non solo per dare una base scientifica a qualunque forma di ragionamento, ma al fine di poter individuare gli strumenti più idonei, a livello di politiche pubbliche sia locali, che nazionali, che consentano di superare i divari esistenti sia tra i due generi, che tra le aree del nostro Paese. Occorre, infatti, tener sempre ben presente che la questione di genere si accompagna al divario territoriale”.

“Fondamentale la presenza a questo seminario di alcuni tra i principali attori dell’economia del territorio: la Banca d’Italia, Confindustria, Sviluppo Basilicata. Il confronto tra Istituzioni e Stakeholders è l’unica chiave possibile per avviare azioni sul territorio che consentano di ridurre i divari. Negli ultimi 10 anni il numero delle lavoratrici è aumentato di quasi un milione (ISTAT 2023), arrivando a sfiorare i dieci milioni di occupate, ma l’Italia resta insieme a Malta e alla Grecia uno dei Paesi europei con la più bassa componente di occupazione femminile, e il più elevato numero di donne inattive. Il tasso medio nazionale raggiunge il 53 per cento nella rilevazione ISTAT di gennaio 2023, ma la realtà è che il Trentino ha un tasso di occupazione femminile del 66,2 per cento, in linea con la media europea, mentre le regioni meridionali si attestano intorno al 30 per cento”.

“Va evidenziato come uno degli obiettivi del PNRR sia il superamento dei divari territoriali e di genere, attraverso la Strategia nazionale per la parità di genere 2021-2026, che prevede anche un aumento di 5 punti dell’occupazione femminile entro il 2026. Considerata l’importanza del titolo di studio nella ricerca di un’occupazione di qualità, va sottolineato come la Basilicata sia allineata alla media nazionale con un 32 per cento di donne laureate, contro un 22 per cento di uomini, e con una media del Mezzogiorno intorno al 22 per cento. Va anche evidenziato, però, come l’Italia sia uno dei Paesi europei con la media più bassa di laureati, soprattutto in materie STEM. Certamente il dato più negativo della nostra regione è l’elevato numero di donne inattive, di qualche punto percentuale maggiore rispetto al dato nazionale (57,6 per cento), 63,4 per cento nel 2021, di quasi 20 punti percentuali maggiore rispetto a quello maschile, che arriva ad oltre il 70 per cento nei Comuni delle aree interne. E questa percentuale rispetto al 2019 è cresciuta. E’ il dato che riflette la realtà dei NEET, giovani che non studiano né lavorano, che pesa anche nel processo di desertificazione ed abbandono della nostra regione, di invecchiamento della popolazione. Sicuramente occorre aggredirlo con un mix di politiche pubbliche efficaci, che mettano insieme una formazione adeguata ad evitare il mis-matching tra domanda e offerta di lavoro, il superamento dei gap infrastrutturali, e la carenza dei servizi sociosanitari. Infatti, la mancanza degli asili nido e dei servizi di assistenza per gli anziani incide molto nelle scelte delle donne, che a differenza degli uomini scelgono prevalentemente il part time. Va evidenziato come questo dato è addirittura peggiorato nell’analisi delle serie storiche dei dati ISTAT relative alla Basilicata: passando come media full time delle donne dal 20 per cento nel 2014 al 19,1 per cento”.

“Le difficoltà di reperire profili professionali sono soprattutto in quei settori in cui persiste il divario di genere e dove sono poche le donne impiegate: ambito ingegneristico, scientifico, informatico e finanziario. Le donne sono meno coinvolte per tradizione di studi, ma anche scarse opportunità di carriera. E’ urgente trovare un nuovo equilibrio nel mercato del lavoro che coinvolga entrambi i generi, ne beneficerebbero al contempo economia e società. Le donne lavorano meno ore degli uomini, soprattutto con contratti a tempo determinato, prevalentemente nei settori meno retribuiti, come la sanità, l’istruzione, commercio, servizi, mentre sono poche in ambiti come la finanza, la manifattura, credito e assicurazioni, che sono meglio retribuiti. Inoltre, sono concentrate nelle qualifiche più basse e diminuiscono quando si sale verso le posizioni apicali. Questo divario retributivo si riflette inevitabilmente anche sulle pensioni e genere un incremento della condizione di povertà tra le donne. Perseguire la parità di genere e le pari opportunità non è solo questione di equità, ma anche di progresso e stabilità economica”.

Ha preso parte ai lavori del seminario il presidente di Confindustria Basilicata, Francesco Somma: “Nel privato esistono dinamiche più complicate rispetto al pubblico per raggiungere la piena parità di genere ed è per questo che potremmo e dovremmo fare di più incentivati da politiche anche regionali. Il mondo del lavoro ha grande bisogno delle donne che ora restano aliene da posizioni anche apicali, ma ci sarà ‘presto bisogno di qualcuno che torni a scrivere in italiano’. Fondamentale il binomio pubblico-privato per porre in essere tutte le iniziative atte a raggiungere la parità di genere. Penso ad un percorso di borse di studio al femminile che contempli stage nei vari settori economici per arrivare all’aumento del Pil grazie al lavoro delle donne. Serve una politica trasversale per una nuova generazione di donne che possa rompere il tetto di cristallo”.

Presente l’amministratore unico di Sviluppo Basilicata, Gabriella Megale: “Partire dai dati certficati per giungere alle decisioni ed orientare le scelte, abbandonando definitivamente il concetto del dato a supporto delle decisioni. Il percorso da noi intrapreso degli incubatori sta a dimostrazione di quanto l’intelligenza artificiale declinata al femminile ci possa aiutare con gli algoritmi fondamentali. Il divario di genere è una ingiustizia che non permette al nostro Paese, alla nostra regione di crescere ed è improcrastinabile il giusto inquadramento delle donne in ambito lavorativo. Le discipline umanistiche torneranno ad avere un ruolo fondamentale con il supporto delle donne ed integrate con l’informatica e le scienze economiche. Da portare a termine una serie di analisi sul territorio con ciascun attore dedito alla propria parte. La sensibilizzazione sull’importanza dei dati è imprescindibile per una reale parità di genere ed è la squadra caratterizzata dalle convergenze che vince. Mettere in campo un insieme di supporti reali ed un welfare destinato alle famiglie in una ottica sempre più ampia che vede protagoniste donne coraggiose e talentuose”.

Ad aprire e chiudere i lavori, il presidente del Consiglio regionale, Carmine Cicala: “Un tema di grande attualità e di primaria importanza, che ci impegna tutti, come cittadini e come istituzioni, a lavorare per una società più giusta e inclusiva. Sebbene l’Unione Europea, da diversi anni, implementi strategie per colmare le differenze di genere, ancora oggi persistono disuguaglianze in vari ambiti: dal mercato del lavoro alla partecipazione ai processi decisionali, dai livelli di istruzione all’accesso alla salute. Le donne, in particolare, continuano ad essere svantaggiate in molti settori della vita sociale ed economica. Come anche in Politica. Certo su quest’ultimo ambito dei passi in avanti sono stati fatti: basti pensare che in Italia c’è una premier, la leader del maggior partito di opposizione è una donna. Alle ultime elezioni regionali in Sardegna è stata eletta una donna. Ma è ancora poco. Su venti regioni italiane solo due donne guidano le rispettive giunte (oltre alla Sardegna c’è Donatella Tesei dell’Umbria). E sempre per rimanere sull’attualità il prossimo Consiglio regionale della Sardegna, in attesa ovviamente della certificazione degli eletti, le donne dovrebbero essere dieci (otto maggioranza e due opposizione) su un’assemblea che conta sessanta consiglieri. Per non parlare della Basilicata dove attualmente c’è una sola consigliera regionale”.

 

“In Basilicata – ha anche detto Cicala – il tasso di occupazione femminile è ancora inferiore a quello maschile (nel 2022 era 39,9 per le donne e 66,2 per gli uomini). Inoltre, permangono divari salariali e ostacoli all’accesso ai servizi di cura e assistenza. E’ necessario, dunque, un impegno comune per superare queste disparità. Le istituzioni, le imprese, la società civile devono lavorare insieme per promuovere la parità di genere e realizzare una società più giusta e inclusiva. E in questo quadro un aiuto importante per chi poi dovrà adottare politiche più rispondenti alle reali esigenze del territorio, può essere rappresentato dallo studio dei dati e delle statistiche. L’approccio basato sui dati assicura che le risorse siano allocate in modo efficiente, indirizzando gli investimenti verso le aree di maggiore necessità e potenziale impatto. Le statistiche possono rivelare disparità nascoste o emergenti in un territorio consentendo lo sviluppo di politiche mirate a indirizzare specifiche disuguaglianze. Ben venga, pertanto, questo seminario che rappresenta un’occasione importante per fare il punto della situazione e per individuare nuove strategie e azioni concrete per colmare il divario di genere. Ricordo che la Regione si sta impegnando, lo dimostrano gli obiettivi del Piano strategico regionale. Molto resta da fare ed è la convergenza tra le varie forze in campo, la sintonia tra gli attori e protagonisti dello sviluppo socio-economico che possono portare a risultati concreti. Concludo con un auspicio: che questo seminario sia un passo avanti verso la parità di genere concreta, obiettivo irrinunciabile per chi ha a cuore una Basilicata più equa e inclusiva”.

 

 

L’articolo “Il Divario di genere”: seminario nella sala B del Consiglio regionale della Basilicata proviene da SassiLive.

Fonte: SassiLive – Read More