Basilio Gavazzeni: “L’introvabile filo di Arianna”. Di seguito la nota integrale.

Due giorni indelebili nella storia di questo primo quarto di secolo, il 24 febbraio 2022 e il 7 ottobre 2023. Dio solo sa dove è riposto il filo d’Arianna che consentirebbe agli ucraini, agli israeliani e agli uomini di buona volontà di uscire dai labirinti pianificati da Putin e dai capi di Hamas. Abbiamo, tuttavia, il dovere di non rinunciare alla ricerca, con la razionalità che è nostra dotazione. Sono due settimane che collezioniamo fatti, immagini e opinioni sulla strage di giovani inermi in un festival musicale nel deserto e di coloni stanziali nei kibbutz viciniori. L’ha perpetrata con furore e smisuratamente una masnada di terroristi palestinesi che hanno anche ottemperato alla commessa di rastrellare più ostaggi che potevano. A Israele, purtroppo colto di sorpresa, l’onere di punire e difendersi da un ingiusto aggressore. Imperativo assoluto, implorazione di tutti gli onesti del mondo, è che gli ostaggi siano rilasciati. Da Gaza, a sud, i terroristi di Hamas non cessano di martellare Israele per cielo; dal Libano, a nord, gli Hezbollah che ne condividono l’intento, fanno altrettanto con droni, razzi e missili tecnologicamente avanzatissimi. Danno manforte i terroristi di Siria e Cisgiordania. Sul fuoco soffia lo sciismo radicale degli ayatollah iraniani. L’obiettivo è la cancellazione definitiva dello Stato di Israele, non la ragionevole costituzione di uno Stato palestinese che, da quasi otto decenni, è un sogno frustrato sia da fazioni palestinesi e alleati come da frange sioniste. A una rinnovata soluzione finale puntano perciò le canaglie della Striscia di Gaza, unitamente alle canaglie libanesi, iraniche e di ogni estremismo islamico. Con l’attacco del 7 ottobre hanno inteso interrompere il processo di collaborazione che stava maturando fra Israele e i Paesi arabi moderati, accordi sotto il nome di Abramo, padre dei credenti per i tre massimi monoteismi, il semita venuto da Ur dei Caldei, il capostipite sia del popolo ebraico sia del popolo arabo. Israele è deciso a snidare gli assassini dai loro chilometrici rifugi sotterranei che, al contempo, sono arsenali. Li bombarda dall’alto, ma si trattiene dall’offensiva terrestre, nel timore di compromettere l’incolumità degli ostaggi. Per avere il terreno sgombro da civili a rischio di morte, ingiunge alla popolazione palestinese di arretrare da Gaza a sud verso l’Egitto, ma i terroristi ostacolano l’esodo per ripararsi  dietro scudi umani. Ferve il lavoro delle diplomazie. Biden, saggiamente, ha consigliato a Israele, di cui è sicuro vindice, di non ripetere gli errori compiuti dagli Stati Uniti in situazioni analoghe. Purtroppo l’”ummah” solidalmente insorge nelle piazze d’Oriente bruciando le bandiere israeliane e statunitensi. Un’immemore e irragionevole ostilità a Israele, se non un vero riaffiorare dell’antisemitismo, oscura le menti di molti studenti in agitazione presso la Harvard University e infiamma le stesse piazze studentesche d’Occidente, a Milano per esempio. Dal campo d’Agramante non si eleva una sola voce autorevole che condanni gli abomini del 7 ottobre e affermi il diritto a esistere d’Israele. Accorato, papa Francesco osa la speranza della pace, deplora la nuova guerra, ne denuncia l’inutilità, indìce preghiere e digiuni, capitana la diplomazia vaticana. Un cattolico non può non ricordare Pio XI che dichiarava i cristiani “spiritualmente semiti”,  Giovanni Paolo II che insegnava a riconoscere negli ebrei dei “fratelli maggiori”. Non può non ricordare il realismo del discorso tanto criticato di papa Ratzinger a Regensburg. Infine non può non ricordare il largo dialogo interreligioso tessuto da papa Francesco, durante viaggi di grande sostanza, negli Emirati Arabi Uniti, in Marocco, in Iraq, in Kazakistan, in particolare il celebrato “Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune”, firmato ad Abu Dhabi, il 4 febbraio 2019, insieme al famoso imam di al-Azhar, al-Tayyb, di cui è noto il detto: “Le persone sono di due tipi: o sono tuoi fratelli nella fede o tuoi simili nell’umanità”. Come un’improvvisa inondazione, il 7 ottobre sembra aver spazzato via i campi dove accestivano progetti di armonia fra le religioni monoteistiche, addirittura il superamento in casa islamica del conflitto secolare tra sunniti e sciiti. Un’utopia, ora, la demolizione  del paradigma di un islam che non strumentalizzi la religione. A Gaza la proditoria messa in scena è stata appunto di sanguinari che fanno della religione un ”instrumentum regni”, alla scuola dello sciismo iraniano più radicale. Ahinoi! non sappiamo dove sia il filo d’Arianna per uscire dal labirinto. Dio solo… Tuonano le tecnologie dell’offesa e della distruzione,  sovrastando ogni voce. Un abisso è spalancato fra Israele e i palestinesi che Hamas pretende di rappresentare e, dice un Salmo abisso invoca abisso. I popoli non dimenticano. Ora i fanatici anti-Islam possono sostenere ancor di più  sacrilegamente che il Corano è una sorta di “Mein Kampf” del terrorismo e Muhammad  il suo cattivo profeta. Con quali conseguenze nel mondo per gli innocenti immancabilmente travolti?

 

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Fonte: SassiLive – Read More